Non solo salvati ma discepoli pagina 4 – Studi Biblici

ADI Trento Non solo salvati ma discepoli

Matteo 5:1-2

Le prime lezioni - 1

Quando ci accostiamo a quei capitoli del Vangelo di Matteo che vanno dal quinto al settimo, siamo affascinati e catturati dalla divina sapienza che da essi si sprigiona. Nel corso dei secoli sono state proposte diverse interpretazioni delle parole di Gesù. Durante il medioevo i maggiori teologi della chiesa ufficiale adottarono la morale dei precetti e dei consigli. I movimenti cosiddetti ereticali invece interpretarono il Sermone alla lettera, vivendo una morale rigoristica nell’attesa degli ultimi avvenimenti della storia. Dalla Riforma in poi è stato posto il problema del rapporto tra la Legge e la Grazia. Il Sermone sul monte sarebbe legge alla stregua di quella mosaica. Da una lettura piana ricaviamo ben altre convinzioni al riguardo. Il Signore Gesù sul monte, dinanzi alla folla attenta, sviluppò il suo insegnamento lungo tre pietre miliari. Per prima cosa spiegò come lo spirito della Legge non era diverso da quello della Grazia, testimoniò dell’imminente trapasso della vecchia economia alla nuova, illustrò quanto le richieste della Grazia vadano ben oltre quelle della Legge e soltanto con l’aiuto dello Spirito Santo il credente può realizzare tali ricchezze.

Si basti pensare a queste parole:

Secondo la legge di Mosè, la regola era: “Se uccidi, devi morire” (Matteo 5:21); Ma voglio aggiungere qualcosa a quella regola e dirvi che basterà che vi arrabbiate con un altro, e correrete il rischio di essere giudicati! Basterà che diate dello stupido a un vostro amico, per correre il rischio di essere portati davanti al tribunale di Dio. E se lo maledirete, correrete il rischio di finire nel fuoco dell’inferno (Matteo 5:22).

Di fronte a ciò esclamiamo: Come posso ubbidire a tanto? Ecco, interviene la Grazia di Dio che ci abilita, ci rende capaci, di fare ciò che è umanamente impossibile.

Il Sermone sul monte è, come tutta la Parola di Dio, un brano di fondamentale importanza per i credenti, che mirabilmente si salda con la dottrina del Nuovo Testamento.

Il termine beato, significa felice. Questa espressione ricorre frequentemente nell’Antico Testamento, soprattutto nel libro dei Salmi e dei Proverbi. È usata per indicare la felicità come conseguenza dell’ubbidienza. Il Nuovo Testamento è in continuità con l’Antico. Le beatitudini illustrano, in opposizione alla mentalità comune, qual è la vera felicità. L’assenza di beatitudine in alcuni credenti è attribuibile ad una coscienza in crisi, costantemente combattuta fra un pieno arrendimento al Signore e la tentazione delle attrazioni del mondo. Tale stato di costante insicurezza deturpa la beatitudine della grazia fino a farla scomparire del tutto dal cuore.

 

LA POSIZIONE DEL SERMONE SUL MONTE

Questo discorso di Gesù è contenuto nei capitoli di Matteo 5, Matteo 6, Matteo 7, ed in Luca 6:17-49. Generalmente si pensa che si tratti di due passi paralleli, che riportano lo stesso episodio. Per una serie di motivi i due brani non si possono ritenere paralleli:

Il luogo era diverso: nel primo caso era un monte (Confronta Matteo 5:1); nel secondo una pianura, (Confronta Luca 6:17), entrambe le località si trovavano nelle vicinanze del lago di Galilea.

L’insegnamento era diverso: il contenuto dei sermoni, pur essendo simile, differiva. Per esempio, in Luca, Gesù si rivolge anche ai ricchi, probabilmente presenti in questa altra occasione, cosa che invece non è presente in Matteo.

Il tempo era diverso: i due sermoni furono pronunciati in periodi diversi, tale particolare risulta evidente dalle circostanze che li precedettero e dai luoghi di provenienza della folla, (Confronta Matteo 4:25 e Luca 6:17).

 

L’OCCASIONE DEL SERMONE SUL MONTE

Gesù vedendo le folle, salì sul monte per dare a tutti la possibilità di ascoltare comodamente la sua parola, ma particolare enfasi deve essere posta sul fatto che i discepoli si accostarono a lui. L’abilità di Gesù nel cogliere le occasioni quotidiane, che di volta in volta gli si presentavano, per ammaestrare, la sua capacità nel mettere a proprio agio i suoi ascoltatori, devono far riflettere noi credenti del XXI secolo, troppo presi nel vortice della vita frenetica e, cosa più grave, mondanizzati al punto di non riuscire a parlare del nostro Salvatore se non in determinate condizioni ritenute irrinunciabili. Gesù invece non perdeva occasione per parlare del Regno di Dio. Egli non ebbe alcuna difficoltà a chieder a Pietro l’uso della barca per parlare ad una folla che lo accalcava al punto da soffocarne la voce (Luca 5:3).

Gesù moltiplicò per la prima volta i pani alla fine di una giornata benedetta, durante la quale aveva letteralmente tenute incollate le turbe con la potenza del fascino della sua parola e dei suoi miracoli. In ognuna di queste occasioni il Signore colse delle opportunità preziose, utilizzando un oggetto comune o avvenendo alle esigenze materiali di quanti erano accorsi per ascoltare. Quante volte come credenti increduli arretriamo dinanzi a quelle circostanze ai nostri occhi banali e quotidiane, che invece sono preziose mense dove possiamo imbandire la mensa della Parola di Dio?

 

L’AUTORITA’ DEL SERMONE SUL MONTE

Molti hanno relegato questo brano delle Scritture nell’ambito della pura etica. Alcuni ne hanno fatto la bandiera di una sorta di comunismo cristiano, altri, il punto di incontro tra diverse religioni. Il contesto evangelico non può essere ignorato, ci troviamo dinanzi ad un insegnamento di Gesù il Figlio di Dio. L’autorità di questi capitoli risiede nella gloria di Colui che li ha pronunciati.

Al tempo soltanto coloro che avevano determinati studi venivano chiamati con l’appellativo di maestro, come ad esempio era il caso di Paolo prima della conversione. Il popolo si meravigliava che Gesù, senza aver frequentato alcuna scuola, possedesse una tale sapienza, nonostante questo lo chiamava Maestro, convinto della sua autorità divina.

 

LA RICCHEZZA DEL CRISTIANO

Le beatitudini, sono le benedizioni che contraddistinguono i credenti, sono privilegi esclusivi dei figli di Dio. Non sono attitudini naturali, ma benedizioni soprannaturali. Le beatitudini sono nove come i carismi dello Spirito Santo (I Corinzi 12:8-10) e gli aspetti del frutto dello Spirito Santo (Galati 5:22). Il riproporsi, riguardo all’opera di Dio nel credente, del numero nove non è casuale, è un modo utilizzato da Dio per sottolineare agli occhi del suo popolo la ricchezza, le beatitudini, la potenza, i carismi e la realtà, il frutto dell’opera dello Spirito Santo verso i figli di Dio.

 

Le beatitudini: la ricchezza dell’opera dello Spirito Santo

Il termine beato, significa felice. Questa espressione ricorre frequentemente nell’ Antico Testamento, soprattutto nel libro dei Salmi e dei Proverbi. È usata per indicare la felicità come conseguenza dell’ubbidienza. Il Nuovo Testamento è in continuità con l’Antico. Le beatitudini illustrano, in opposizione alla mentalità comune, qual è la vera felicità. L’assenza di beatitudine in alcuni credenti è attribuibile ad una coscienza in crisi, costantemente combattuta fra un pieno arrendimento al Signore e la tentazione delle attrazioni del mondo. Tale stato di costante insicurezza deturpa la beatitudine della grazia fino a farla scomparire del tutto dal cuore.

 

I carismi: la potenza dell’opera dello Spirito Santo

I carismi sono espressioni della potenza dello Spirito Santo nella chiesa. Il battesimo nello Spirito Santo è una porta che introduce in un campo vasto e benedetto. Lo Spirito Santo, distribuendo i carismi, dimostra come Dio usi miracolosamente uomini e donne imperfetti e che Egli è presente e vivente nelle riunioni di culto.

 

Il frutto, la realtà dell’opera dello Spirito Santo

Il frutto dello Spirito Santo è il segno di una vera conversione. Esso è anche l’espressione della santificazione, indica la maturità spirituale di un credente. Soltanto Dio può trasformare un uomo, mutandone gusti, attitudini ed abitudini.

Il numero nove che accompagna questi tre aspetti dell’opera dello Spirito Santo ricorda che in Cristo siamo chiamati ad una crescita spirituale completa: nella vita, le beatitudini, nel servizio, i carismi, nel carattere, il frutto.

 

LE BEATITUDINI

Si dividono in tre gruppi:

Le prime tre riguardano alcune virtù personali, che si vivono individualmente;

Le tre successive, riguardano virtù che si esercitano verso gli altri, interessando le relazioni interpersonali;

Le ultime tre, sono legate alla testimonianza dell’Evangelo.

Una prima considerazione: con esse Gesù sostiene esattamente il contrario di quanto generalmente gli uomini pensano e perseguono per essere felici.

Suona indubbiamente strana alle orecchie dell’uomo comune la frase del Salvatore: Beati i poveri in spirito, oppure Beati quelli che fanno cordoglio, o Beati i mansueti, laddove comunemente si ritiene che non i poveri ma i ricchi sono felici, non chi soffre per gli altri ma chi sa estraniarsi dalle sofferenze è felice, non chi è mansueto chi sa farsi rispettare è felice.