Le prime lezioni - 2
Dopo una vasta panoramica sul Sermone sul Monte di Gesù, andiamo a vedere gli insegnamenti che in esso sono esposti.
Il valore del carattere cristiano (Matteo 5:1-12)
La prima parola che esce dalle labbra di Gesù in questo frangente è una rivelazione della volontà di Dio per l’uomo: “beato”, “felice”. Questo è il primo pensiero che Dio medita per noi.
La prova, la sofferenza, il dolore, le lacrime, la delusione sono esperienze di inestimabile valore se lette nel contesto della disciplina esercitata dal Padre celeste nei confronti dei suoi figli, ma si tratta di strumenti necessari per raggiungere uno scopo. Il fine nel piano divino per noi, è la beatitudine.
La ricerca della felicità è il sogno di ogni uomo; persino la Costituzione americana, nella Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio 1776, in cui, i costituenti avevano stabilito che «a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità».
Ma le aspettative degli americani, come degli europei, e di ogni altra umana creatura, non possono dipendere semplicemente da un diritto costituzionale. Dio stesso desidera la felicità dell’umanità.
Ma come realizzarla? Ecco la risposta del Maestro ai suoi discepoli: gli uomini hanno due concezioni riguardo ciò che rende felici: possedere e fare. Secondo il comune modo di vedere, possedere molto o fare qualcosa di grande, avere successo, sono considerati la condizione che arreca la massima felicità all’uomo.
Il nostro Maestro spazza via queste opinioni ignorandole completamente. Nessuno di quelli che Gesù considera beati, possiedono o sono, in quanto non si considerano il possesso e le azioni umane come fonte di beatitudine.
In altre parole, la felicità di un uomo dipende da ciò che egli è e non dai beni che possiede.
Questi beati descritti da Gesù, possono attraversare anche le esperienze più dure, ma saranno in grado di cambiare le avversità in opportunità, grazie al carattere di veri discepoli di Cristo (Salmo 84:5-7).
Un buon discepolo di Cristo, non si lascerà confondere dai falsi miti e dai falsi valori che accecano gli uomini di ogni tempo (vedi il caso della tragedia della famiglia Sorrentino a Trento, lunedì 27 marzo u.s.).
Può accadere che orizzonti spazio temporali spesso in contrasto con l’andazzo del mondo, possano provocare incomprensioni o addirittura persecuzioni; infatti il Maestro aggiunge un beati verso quanti soffrono nel formare e mantenere gelosamente un carattere secondo l’Evangelo.
Una testimonianza evidente (Matteo 5:13-16)
I versetti indicati, sono una naturale conseguenza di quanto enunciato prima.
Un carattere cristiano maturo possiede davvero il potere di influenzare gli altri. Se un credente vive alla luce delle beatitudini di Gesù e la sua vita ha il carattere descritto in precedenza, questa non potrò non esercitare un’indubbia influenza sugli altri, producendo così l’avanzamento dell’opera di Dio. Il sale che non ha sapore e la luce sotto il moggio sono più che inutili, perché manifestano l’assurdità di qualcosa che non concorda con il piano di Dio: il sale che non ha sapore cessa di essere tale e la luce sotto il moggio si spegne.
Il sale, il potere nascosto dell’influenza del discepolo di Cristo
Il sale non si deve vedere nei condimenti, ma la sua assenza si nota. L’azione del sale ci parla della nostra testimonianza in famiglia, o sul posto di lavoro, dove siamo già conosciuti come credenti, e quindi occorre un’azione che dia sapore e che sia piuttosto nascosta, proprio come il sale.
Si sa, inoltre, che il sale crea la sete, e quindi, la nostra testimonianza muta, (Confronta I Pietro 3:1), dovrebbe portare gli altri a chiedersi quale sia la natura della nostra vita tanto diversa e così saporita.
Il sale però conserva anche, e quindi il discepolo-sale del mondo, è chiamato da Dio ad impedire la corruzione e risveglia il latente desiderio di salute spirituale in quanti cercano Dio.
La luce, la testimonianza pubblica
La luce dipana il buio, e deve guidare, ma non accecare chi ha il dovere di illuminare.
Un nuovo codice morale, (Matteo 5:17-48)
In questi versi troviamo descritte le leggi che regolano lo sviluppo del carattere cristiano. La legge di Mosè non viene abolita riguardo alla condotta, ma è piuttosto adempiuta e superata dall’eccellenza del comandamento supremo di Cristo.
- La giustizia dei discepoli deve superare quella dei farisei, cercando di riarmonizzare l’interiore con l’esteriore; ovviamente, la purezza interiore sorpassa la religiosità esteriore.
- Le offerte sull’altare non espiano la colpa dovuta ad una cattiva condotta. Vivere in pace con il proprio fratello presuppone e stabilisce una giusta comunione con Dio.
- Guardare il peccato con desiderio equivale a peccare (il primo sguardo non è peccato, il secondo, sì). In altre parole, una passione nascosta e repressa è già peccato in quanto mostra che il cuore dell’individuo è in antagonismo con Dio (dobbiamo vigilare sul nostro cuore, “Una fabbrica continua di idoli…Calvino) (Salmo 37:31; Salmo 51:6; Salmo 119:11; Proverbi 4:23; Matteo 15:18-19).
- Il sentimento di vendetta è bandito e l’amore diviene l’unica legge della vita!
Sacrificio di sé, (Matteo 6)
Questo capitolo contiene molti chiari ammaestramenti, ma il motivo conduttore è quello dell’abnegazione. Notiamo come gli insegnamenti espressi differiscano da ogni concetto comune che l’uomo ha della vita:
- Le elemosine devono essere fatte privatamente, e non sbandierate pubblicamente;
- La preghiera è soprattutto l’espressione intima di un rapporto individuale tra il credente e Dio, e non un modo per fare sfoggio di sé;
- Chiunque decide di digiunare lo faccia mantenendo un aspetto felice;
- La ricchezza non va ricercata avidamente, perché non siamo possessori di ciò che abbiamo, ma solo amministratori (dare la decima e le offerte per l’opera di Dio è un modo per evitare di cadere nella trappola dell’avarizia);
- Il nostro io deve essere sottomesso al punto che l’ansia per le necessità materiali non ci tocchi.
Carità fraterna, (Matteo 7:1-5)
Se riscontriamo una colpa nel fratello, ciò ci deve spingere ad esaminare noi stessi piuttosto che ad un giudizio privo di misericordia. Siamo chiamati a considerare il nostro errore come la trave e quello altrui come la pagliuzza.