Non solo salvati ma discepoli pagina 8 – Studi Biblici

ADI Trento Non solo salvati ma discepoli

Il discepolo e il mondo del lavoro - 1

Non esiste errore più comune e pericoloso del ritenere che il lavoro sia in qualche modo legato alla maledizione dei nostri progenitori in Eden.

L’uomo è stato creato per lavorare, si tratta di una delle prime leggi della sua esistenza. Il piano di Dio non ha mai contemplato un’umanità inoperosa.

Prima del peccato troviamo l’uomo al lavoro con tutta la forza del suo essere (Confronta Genesi 2:15). Il peccato portò con sé la stanchezza e la delusione che resero ogni occupazione un peso, ma il lavoro in sé è parte del piano divino per valorizzare la vita.

Questa verità non viene abolita dagli insegnamenti di Gesù. Nulla ci fa pensare che il Maestro ebbe una parola di critica verso il lavoro. La Scrittura infatti ci esorta ad impegnarci alacremente nella nostra attività professionale per poter essere d’aiuto ad altri, condurre una vita dignitosa e non essere di peso.

Basti pensare al sermone sul Monte quando il Signore parla della capacità che abbiamo di lavorare come un dono speciale che ci eleva al di sopra degli uccelli e dei fiori. Dei passeri disse: “Non valete voi molto più di loro” (Matteo 6:26) e dei fiori: “Ora se Dio riveste in questa maniera l’erba dei campi…non farà molto di più per voi?” (Matteo 6:30).  In entrambi i casi l’insegnamento non significa che noi non dovremmo seminare, mietere, raccogliere, faticare o filare, perché Dio ci provvederà tutto il necessario mentre noi incrociamo le braccia ma che, proprio avendo queste capacità e mettendole a frutto, non dovremmo farci prendere dalle ansiose preoccupazioni della vita.

Il Sommo Maestro ci insegna che il lavoro, come la salute, è un dono di Dio e lo considera un canale attraverso il quale Dio supplirà ai nostri bisogni.

Altre parti della Bibbia ci aiutano ad afferrare meglio questo concetto e sono degne della nostra attenzione.

Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno (Efesini 4:28).

Qui l’apostolo Paolo pone il lavoro in antitesi al furto affrontando il tema della responsabilità sociale che è insita nell’occupazione lavorativa. Infatti, attraverso il lavoro, l’uomo può contribuire alla formazione di una società più equa e che guardi ai più deboli ed impossibilitati di lavorare (Vedi I Timoteo 5:8). Purtroppo il peccato ha generato un profondo senso di egoismo nell’uomo, evidente nella parabola del ricco stolto (Luca 12:16-21), il quale è tipo di quanti si impegnano e lavorano solo per se stessi.

E a cercare di vivere in pace, di fare i fatti vostri e di lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato di fare (I Tessalonicesi 4:11)…

Infatti, quando eravamo con voi, vi comandavamo questo: che se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare (II Tessalonicesi 3:10).

Il discepolo di Cristo ha un approccio diverso rispetto ai suoi colleghi, del suo lavoro. Certamente, non sempre, si svolge un’attività che corrisponda davvero alle competenze o alla vocazione del lavoratore, ma egli concepisce il suo impegno secolare come un’occasione per contribuire al benessere collettivo.