La dottrina degli avventisti
Gli avventisti ritengono che l’uomo sia tripartito; essi credono che la parola spirito nella Bibbia non designi mai un’entità immortale quando si riferisce all’uomo. Circa l’anima, il loro credo afferma che essa è la conseguenza dell’unione fra corpo e spirito e che indichi soprattutto la vita transitoria, la vita localizzata nel sangue (Confronta Levitico 17:11; Deuteronomio 12:23); l’anima che possiedono sia gli animali sia l’uomo “…è la manifestazione della vita nel corpo, manifestazione propriamente fisiologica”.
IMMORTALITA’ CONDIZIONATA
- L’uomo non nasce immortale, Dio solo possiede l’immortalità (I Timoteo 1:17; I Timoteo 6:16; Romani 2:7; I Corinzi 15:53-54; II Timoteo 1:10);
- L’uomo è stato creato candidato all’immortalità. Equivale a dire che l’uomo sarebbe diventato gradualmente immortale se avesse superato diverse prove, la prima delle quali era la proibizione di mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male (Genesi 2:17);
- A causa della caduta l’uomo perse la sua candidatura; divenne così mortale e il peccato continua a tenerlo in questa condizione. “La morte significa estinzione dell’anima”. Essi credono che come l’anima abbia avuto un inizio avrà pure una fine, quando, alla morte si dissocerà dal corpo.
- Cristo, donando la sua vita per gli uomini, offre loro la possibilità di ottenere l’immortalità per mezzo della fede; essa dunque è condizionata dalla scelta di ogni individuo. Secondo gli avventisti la dottrina dell’immortalità risale al filosofo Platone e successivamente questa influenzò il giudaismo alessandrino per poi passare al cristianesimo; si impose definitivamente nel IV e V secolo d.C. soprattutto per le opere di Tertulliano, Origene e Agostino.
QUANDO VIENE ACCORDATA L’IMMORTALITA’ AL CREDENTE
La premessa che gli avventisti fanno è che per esistere la vita è “necessaria la simultanea presenza del corpo e dello spirito. Non c’è e non può esserci vita fuori del corpo, come non c’è, né può esservene, senza lo spirito. Al momento della morte, il corpo va in polvere, mentre lo spirito ritorna a Dio (Confronta Ecclesiaste 12:9) e l’anima si dissolve a causa della separazione del corpo dallo spirito”. (Charlese Gerber, Dal tempo all’eternità, A.D.V., Firenze 1977).
Sceol e Ades sono usati come sinonimi nella Bibbia e non indicano né il paradiso né tanto meno l’inferno. Possono essere sostituiti con le parole: sepolcro, tomba, soggiorno dei morti. Questo è un luogo di fitte tenebre che non va confuso con il paradiso, la geenna o il purgatorio. I morti si trovano in uno stato di completa incoscienza; ogni rapporto tra l’uomo e Dio è cessato, e se non resuscitassero, sarebbe di loro come se non fossero mai esistiti.
ESISTE L’INFERNO?
“La Bibbia non conosce il dogma delle pene eterne…ciò vuol dire che la soppressione, l’annientamento totale dell’essere è la condanna suprema, e che la resurrezione dei malvagi, semplice ritorno alla vita fisica, ha luogo solo per permettere a Dio di eseguire su di loro il verdetto del suo giudizio”, (C. Gerber, op. cit.)
Gli empi sarebbero distrutti tutti allo stesso modo, ma a seconda del grado di colpevolezza, subirebbero un deterioramento lento e doloroso, oppure una distruzione rapida. Quindi il racconto di Gesù in Luca 16 è solo una parabola.