IL VANGELO È PER I MORTI VIVI
Accostandoci ai passi biblici che sono oggi l’oggetto della nostra meditazione, ci pare di leggere parole devianti e controverse.
Leggiamo il verso in esame: “E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere, che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l’arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l’acqua” (I Pietro 3:19-20).
Attraverso i tempi, il testo citato è stato interpretato in modi diversi. L’interpretazione più comune è che si riferisca alla discesa di Gesù nell’Ades per predicare a coloro che erano morti al tempo del diluvio e che non si erano ravveduti. Tale interpretazione, cara a coloro che credono nella possibilità di ravvedimento dopo la morte, è totalmente in contrasto con tutto l’insegnamento delle Scritture per le seguenti ragioni:
- Innanzi tutto perché accetterebbe l’idea dell’esistenza del purgatorio e questa dottrina è contraria all’insegnamento della Scrittura: Ebrei 9:27: “È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio”. La sorte degli uomini, dopo la morte, è espressa con due alternative: cielo e inferno, cioè una comunione eterna e perfetta di gioia e pace nella presenza di Dio per coloro che sono stati redenti dall’opera perfetta di Cristo; oppure uno stato di miseria, tristezza e separazione eterna dalla presenza di Dio, per coloro che hanno rifiutato la grazia divina. Inoltre, questi due stati sono dichiarati assoluti, fissati ed eterni.
Luca 16:26: “Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi”.
È ben nota l’obiezione a proposito di quest’ultimo testo secondo la quale si riferirebbe ad una parola che non può essere presa come fondamento per una dottrina. Occorre notare, però, che se il linguaggio usato da Gesù è “parabolico”, in quanto deve trattare l’argomento dell’al di là, non esistono gli elementi caratteristici che distinguono una parabola. Infatti, Gesù parla di un uomo che si chiamava Lazzaro e di un ricco; ciò è un fatto reale del mondo invisibile sul quale il Signore toglie il velo del mistero. Questa è l’interpretazione ormai comune a tutti gli studiosi della Bibbia, tanto è vero che perfino il titolo nella suddivisione del capitolo non fa alcun riferimento al termine parabola.
Inoltre, si dovrebbe ammettere la teoria universalistica, e cioè che alla fine tutti gli uomini saranno salvati. Appare strano che, nonostante questa teoria di una seconda opportunità di pentimento, quei morti contemporanei di Noè rimangano ribelli a Dio anche davanti alla realtà di un’eternità di sofferenze.
- Inoltre, l’interpretazione classica getterebbe un’ombra sull’imparzialità di Dio, in quanto milioni di pagani, i quali non hanno avuto l’opportunità di ascoltare l’Evangelo, sarebbero condannati, mentre i contemporanei di Noè avrebbero avuto una seconda possibilità di ravvedimento. Dio, invece, “non ha riguardi personali” (Atti 10:34). La generazione precedente il diluvio non era diversa da qualsiasi altra, tanto è vero che Gesù la prende come esempio della vita sociale degli ultimi tempi.
- Ancora, il testo in esame non fa alcun riferimento al ravvedimento e alla conversione.
- Infine, la discesa di Gesù nell’Ades è provata da vari altri versi nel Nuovo Testamento (Efesini 4:9-10; Atti 2;27-28,31; Romani 10:7).
L’interpretazione che ci sembra più corrispondente a tutto l’insegnamento della Scrittura è la seguente: Il testo di I Pietro 3:19 non si riferisce alla discesa di Cristo nell’Ades, ma al fatto che, in spirito, nella persona di Noè “predicatore di giustizia” (II Pietro 2:5), predicò agli antidiluviani i quali non si ravvidero. Il testo di I Pietro 1:11 afferma infatti che i profeti agivano “per lo Spirito di Cristo che era in loro”. Lo Spirito di Cristo contese con gli antidiluviani ma questi non si ravvidero.
Quest’interpretazione è confermata anche dal punto di vista storico, perché così il testo era interpretato nel periodo post-apostolico. Di seguito riportiamo come Agostino d’Ippona (354-430) ha spiegato I Pietro 3:19: “…qui non si parlerebbe in alcun modo della discesa di Gesù nell’Ades la quale si prova con altri testi della Scrittura, ma l’Apostolo direbbe che Gesù Cristo per quello stesso Spirito che risuscitò da morte, predicò ancor prima della sua incarnazione a quegli uomini increduli che vivevano al tempo in cui fabbricavano l’arca. A questi tali Gesù Cristo predicò per bocca di Noè, ma senza frutto perché non si convertirono. L’apostolo infatti, al capitolo 1:11 insegna espressamente che era lo Spirito di Cristo che per mezzo dei profeti predicava i patimenti e le glorie del Messia e quindi si può concludere che sia ancora lo stesso Spirito il quale per mezzo di Noè esortava gli uomini alla penitenza” (Il Nuovo Testamento commentato da P. Marco M. Sales, L.I.C.E. Torino, 1931, pag. 546).
Non si può negare che la spiegazione di Sant’Agostino abbia forti ragioni in suo favore, benché abbia contro di sé la grandissima maggioranza degli interpreti e sia oggidì abbandonata”.
Quest’ultima conferma, tratta da un famoso testo cattolico, acquista ancor maggior valore se consideriamo quanto il cattolicesimo romano tenga alla dottrina del purgatorio.
Un altro testo che lascia perplessi molti è I Pietro 4:6: “Infatti per questo è stato annunziato il vangelo anche ai morti; affinché, dopo aver subito nel corpo il giudizio comune a tutti gli uomini, possano vivere mediante lo Spirito, secondo la volontà di Dio”.
Questo versetto è ancora più chiaro. È evidente dal contesto che l’Evangelo è stato annunciato a quelli che ora sono morti (ma mentre erano viventi sulla terra), perché se hanno creduto in Cristo, dopo esser passati nel giudizio della morte comune a tutti i figli di Adamo, possono vivere eternamente con Cristo, secondo la volontà di Dio che salva quanti si ravvedono.
I succitati versetti della prima epistola di Pietro, se interpretati come riferiti alla discesa di Cristo nell’Ades, sosterrebbero dunque le false dottrine del purgatorio, della possibilità di ravvedimento dopo la morte e dell’universalismo.